mai soli

M: che fai mi lasci sulla porta?

P: non ti aspettavo, veramente…

M: tu non mi aspetti mai, vero?

P: beh… diciamo che non me ne ricordo ecco. Non mi farebbe bene…

M: e invece, vedi? riesco a stupirti.

P: non sembra comunque importartene più di tanto…

M: in effetti non particolarmente. Ma non me ne volere. Solamente… Non mi compete, ecco.

P: vorrei sapere se c’è qualcuno che ti arruola per questo. E che ti assolve, poi…

M: solo tu puoi assolvermi, se vuoi.

P: capisco…

M: non mi lasci entrare, allora?

P: posso scegliere?

M: puoi fare quello che vuoi, sei un uomo libero.

P: ahahaha…! e ci volevi tu a ricordarmelo!

M: non si sa mai. Meglio qualcuno che te lo ricorda piuttosto che…

P: piuttosto cosa? far finta di nulla?

M: mi hai tolto le parole di bocca.

P: vedi? non ti sembro già abbastanza consapevole?

M: per questo insisto: è permesso?

P: ma prego, accomodati! Non ho ancora comprato il divano però…

M: ci sono abituata.

P: a stare in piedi?

M: ai tempi lunghi.

P: ah.

M: e alle scortesie iniziali…

P: sono stato scortese?

M: non è carino fare aspettare gli ospiti sulla soglia…

P: e magari ora che sei entrata, vorresti anche qualche cosa da bere, vero?

M: magari, grazie. Mi piacerebbe sentirmi a casa, ogni tanto.

P: a me invece non mi piace affatto che ti ci senta. Non vorrei diventasse un’abitudine.

M: ben detto. Mi piace questa tua ultima risposta. Cominci già a prendere le distanze senza neppure offrirmi da bere!

P: mi difendo come posso…

M: non è mai troppo tardi.

P: vedi? sto andando sulla buona strada allora…

M: non esageriamo adesso. Lo sai che ti servo. E spesso proprio quando ti fa comodo.

P: non fai mai comodo… tu.

M: ora sei volgare.

P: e dovrei chiederti scusa?

M: se vuoi. Credo tra l’altro che ti farebbe bene.

P: ahahahaha… avevo dimenticato che sai essere anche molto ironica!

M: dico la verità. Che tu la voglia ascoltare e poi crederci… o meno.

P: che bevi?

M: scommetto che hai solo delle tisane… e forse qualche tè.

P: si… effettivamente non compro più il rum…

M: acqua, grazie.

P: sicura? basilico, menta e finocchio?

M: acqua. Insisto.

P: okei, come preferisci.

M: sarà una serata molto lunga temo, gioco d’anticipo.

P: con un bicchiere d’acqua?

M: se avessi avuto del gin mi sarebbe andata di gran lusso. Ma non è il tuo caso e io d’altronde me lo aspettavo.

P: okei, basta ora…. tieni.

M: grazie.

P: da cosa vuoi cominciare?

M: io? guarda che hai sbagliato turno, mio caro.

P: cioè? vorresti dire che tocca a me?

M: ovviamente.

P: l’ultima volta avevi cominciato tu…

M: l’ultima volta era anche la tua prima volta in questa casa. Non potevo pretendere più di tanto all’epoca…

P: e ora si?

M: certo.

P: mh….

M: non sei convinto?

P: e me lo chiedi? non credevo ti importasse!

M: e infatti non mi importa. La mia era una domanda retorica, ecco.

P: mi sembrava strano, infatti.

M: su, forza, abbiamo perso fin troppo tempo…

P: ma tu ne hai da perdere… o sbaglio?

M: non tutto in questo modo. Posso anche perdere la pazienza.

P: va bene. Non ti irritare…

M: vedo che cominci a ragionare.

P: okei, okei…

M: coraggio, ti ascolto.

P: …avevi un odore dolce… e io ci sono cascato. Mi sono lasciato inebriare delicatamente. Non sto qui ad intortartela per bene. Lo sai che è così. Sai di vaniglia, quella vaniglia che non punge mai, che non diventa mai fastidiosa. Ma che quasi, anzi… quasi scompare. E poi, quando non te l’aspetti, ti striscia sotto le narici come l’odore del pane dietro il vicolo al mattino. Quello che giri l’angolo e del fornaio neppure le croste per terra!

M: puoi rendere l’idea… ti seguo.

P: ma certo, fai pure la spiritosa. Sei come al solito egoista. Prima o poi resterai sola…!

M: ne dubito, mio caro.

P: e non chiamarmi caro, non ti importa nulla di me!

M: già ti sfoghi? credevo volessimo parlarne…

P: ora usi il plurale? da dove viene fuori tutta questa compassione?

M: ricordati che sono fatta soprattutto di sentimento… io.

P: perché credi di essere la sola?

M: niente affatto! per questo son qui. Ti ascolto, ti dico…

P: … color seppia. Di colpo, quella tua luce iniziale, quella tua forza… si fa tenue, ti rende opaca. E poi inconsistente. Quasi vana. E io che continuo ad osservarti. Ancora mi accechi eppure non ci sei più. E’ questo che mi frega. Questo tuo essere doppio. Questo tuo esserci sempre. Esserci comunque. In questa tua forma subdola e viscerale insieme. Ti detesto sai?

M: si, lo so.

P: ti detesto perché alla fine ci riesci. Ti impossessi della mia mente. Del mio corpo…

M: del tuo cuore vorrai dire. Fallo uno sforzo: hai un’anima anche tu. Ed è bene che cominci a riconoscerle qualche pena.

P: spiritosa. ti diverti?

M: no se proprio lo vuoi sapere. Ti ripeto che ho dei sentimenti anche io…

P: tu… ma che ne sai tu di quando non ci sei? che ne sai di quanto si sta così bene senza che compari, senza che…

M: ehi, ehi, andiamoci pianino ora, eh?

P: ah, smettila. E io che ancora sto qui a perderci tempo…!

M: io dico che non lo perdi. Semmai ragioni… e io ti do’ una mano.

P: si certo, una mano a buttarmi ancora più giù!

M: ora stai diventando pesante.

P: io? io pesante? ma se me lo hai insegnato tu!

M: io ti ho insegnato ad ammetterlo a te stesso…

P: e ora chi è pesante, di’ un po’?

M: stai per caso insinuando che sia io?

P: ma figurati!

M: neppure spiritoso…

P: okei. basta. direi che per oggi ho anche parlato troppo. Puoi accomodarti, l’ingresso e l’uscita sono nella stessa direzione…

M: questa non era meglio…

Persona: addio!

Malinconia: arrivederci vorrai dire.