#3 Pasquale De Sensi feat. Woodworm

 

Non sembri come sei

L’ha fatta facile lui, senza uomini né donne tra i piedi poi. Non mi va neppure di dire che io ce l’ho messa tutta, equivarrebbe a sminuirmi: io ce la metto già tutta. Anzi, io ci vivo con questa cosa. Ma non posso tirarmi indietro, devo rispondere, dispongo dei suoi stessi mezzi, solamente la pensiamo in modo opposto. Neppure diverso, proprio opposto.
Ma come faccio ad accettare commissioni, ad essere riconosciuto e ritenuto all’altezza del mio titolo, se non ci provo?
Non mi piace avere la sensazione che ci sono cose vicinissime a me, che non guardo neanche. La vita mi tenta.
Così ti ho cancellato gli occhi, Karl.
Te ne sei dispiaciuto? Vedi, sono anche intervenuto qui, sulle tue guance, ora non le hai praticamente più. Ah, si la faccia. Ti ho tagliato la faccia. E’ stato un taglio netto, perfettamente orizzontale, mi sono aiutato con la lunghezza della lastra, piegandoti. Per poi ricomporti, vedi?
Resti tutto sommato elegante. Mi piace questo fatto, trovo che sia inaspettato e quindi riuscito, una volta di più. Devo ammettere che questa libertà di intervento mi fa godere senza mezzi termini… tuttavia continuo a giudicare necessario che la fotografia difenda il rigore, l’obiettività della riproduzione. Che parli di una realtà riconoscibile. E non confutabile, non romantica: confusa e opaca, come una nube ripiena di fumo e fuliggine insieme, come i temporali di Albert.

Ho poi anche pensato di tagliare via tutto quello che è tuo, Karl. Di eliminarlo completamente. Per un attimo ti ho visto così piccolo e sperduto che quasi mi dispiaceva! Però vedi, ti ho trovato un posto diverso, che non credo tu abbia mai visto prima. Ti piace, Karl?

 

Julie's haircut_ashram-equinox-artwork-by-PasqualeDeSensi

artwork di Pasquale De Sensi, college originale 20×15 cm, 2013
label Woodworm

* * * * * *

una conversazione con Pasquale De Sensi

 

Moltissimi dei volti che inserisci nei tuoi lavori hanno problemi con la vista. Chi è quel ragazzo senza occhi?

Il ragazzo sulla copertina di Ashram Equinox è preso da una foto degli anni 30 ma la sua identità non ha molta rilevanza. Cancellare in parte la fisionomia di una figura mi serve a sottrarla alla sua realtà particolare e avvicinarla a una dimensione simbolica o mitologica. In questo caso cercavo semplicemente un soggetto giovane e biondo perché quell’album ha delle sonorità che trovo molto luminose. E’ un disco interamente strumentale e l’artwork è nato dall’ascolto diretto di alcuni demo… che è in assoluto il modo migliore per lavorare su un artwork musicale: il suono si traduce direttamente in immagine in maniera spontanea e senza l’ostacolo accessorio di un concept. E’ quello che si chiama metodo sinestetico.

Come immaginavo: una foto degli anni 30. Avevo intuito una ricerca d’archivio e non credo di essere stata la sola. Ne hai uno personale?

Ho diverse raccolte di immagini sia in digitale che in cartaceo ma non potrei definirle archivi. Sono piuttosto dei mucchi disordinati ed eterogenei accumulati negli anni. Preferisco che sia così perché quando lavoro su un’idea non so mai quale ritaglio mi capiterà sottomano e in che modo questo contribuirà a deviare tutto il processo. L’immagine si modifica assecondando il caso e sfuggendo al mio controllo e questo in qualche modo la rende viva e necessaria.

I tuoi collage sono sempre bidimensionali, la sovrapposizione del paesaggio naturale all’uomo non sembra averla vinta: entrambe sono accessori l’uno dell’altra e le figure geometriche presenti, un pretesto d’ordine alchemico nel caos del colore: vaneggio?

Il vaneggio è un’ottima forma di critica.
Mi piace collocare i soggetti all’interno di un paesaggio perché voglio che ci sia l’illusione di una narrazione ma spesso succede che l’ambiente diventa parte del soggetto, lo completa come attributo. La stessa texture della stampa diventa un dato atmosferico. Le geometrie, la composizione dell’insieme sono una parte necessaria, ma il “paesaggio” è determinante per stabilire il carattere di una immagine.

Mi ricordo di un giorno, quando lavoravo a Roma per una galleria d’arte contemporanea, entra un ragazzo, lo stavamo aspettando, era il 2009 credo. Comincia a parlare di cartoline, di immagini, di percorsi visionari che colleziona nel suo archivio. Ci racconta di mondi nuovi che mette insieme a partire da fotografie apparentemente di seconda scelta. Quel ragazzo era Mirko Smerdel, e dopo di lui, pochi anni dopo, c’è stato Salvatore Arancio: ricerca scientifica e postproduzione grafica su collage. Si tratta senza dubbio della tua generazione. Dove sei tu, tra di loro?

Non saprei dire a che generazione appartengo. Sicuramente negli ultimi anni c’è stato un interesse crescente verso tecniche indirette come collage, cut-up, glitch art… Probabilmente per via di una sovrabbondanza di contenuti si è sviluppata una tendenza a rielaborare immagini già esistenti piuttosto che crearne di nuove. Questo genere di approccio alla figurazione mi ha sempre incuriosito perché credo che sia motivato dalla ricerca di una identità condivisa e dalla necessità di illustrare una situazione di frammentazione. In questo senso è un’arte profondamente politica e sottilmente legata alla situazione storica attuale. A parte questo, non sono molti i collagisti contemporanei o storici che davvero amo e non mi interessa stabilire una vicinanza solo in base alla tecnica. Ho sempre frequentato più che altro pittori e musicisti.

Quando i figli dei nostri figli non potranno più collezionare nessuna immagine o fotografia dai nostri archivi cartacei, perché non ne avremo, cosa collezioneranno?

Non credo che la carta si estinguerà così presto. Io continuo a stampare le mie foto e, nel caso dei collage, uso programmi digitali solo in fase di post-produzione. Conosco qualche comando di photoshop e per il resto uso paint. Ma è davvero una porzione di lavoro piccolissima rispetto ai quintali di carta che consumo. Non frequento molto l’arte digitale, però l’ipotesi di una società immateriale è affascinante. Pensare un’immagine e inviartela per vie telepatiche senza doverci lavorare su non sarebbe male. Saremmo esseri muti e asessuati che fluttuano fra gli alberi scambiandosi informazioni a distanza. Ma mi sembra una prospettiva ancora lontana. Forse i figli dei nostri figli collezioneranno semplicemente schede-memoria… Le profezie sono innumerevoli. Anche collezionare le teste dei nemici è una tendenza in ripresa in diverse regioni del mondo.

Di recente sono stata alla Collezione Maramotti. Al secondo piano c’era un lavoro di Donald Baechler. Ti ho pensato. Cosa hai preso dell’arte “pop-nobile” americana e dall’abbondanza pittorica e visiva degli anni ottanta?

Meravigliosa la collezione Maramotti. Se gli imprenditori italiani facessero tutti quello che ha fatto Achille Maramotti potremmo avere un secondo Rinascimento. Ricordo in particolare un dipinto sagomato di Mike Kelley e i pezzi di Cy Twombly, Christopher Wool, Jannis Kounnellis… oltre a quello di Baechler naturalmente. Mi piacciono soprattutto i suoi Globes, quelli neri, anni ottanta. Ma anche i teschi che se non sbaglio sono più recenti.
Cosa intendi per pop-nobile?

Giusto. Non credo di essere originale se ti dico che, nell’arte, ho sempre associato la parola pop ad immagini di uso e consumo, dove una serialità di volti, oggetti, proprio perché seriale, diventa riconosciuta e riconoscibile. Di facile approccio. Con nobiltà del pop intendo definire una elaborazione della serialità e quindi una sua evoluzione, un superamento. Che raggiunge così uno stile individuale e riconoscibile per il contrario della serialità da cui deriva. O mamma. Ti faccio qualche esempio: parto da Jean-Michel Basquiat (per quanto sfruttato) e torno su Donald Baechler, per raggiungere James Brown e Ross Bleckner. Una metamorfosi della pittura, che nasce da una spinta popolare, perché comune, di sentire il colore e quindi si personalizza, nobilitandosi. Che ne dici?

Ah ok, no, non saprei davvero… Il termine nobiltà mi suggerisce idee negative di chiusura, conservazione, involuzione. Gli autori che nomini sono tutti grandi pittori contemporanei con una personalità autonoma e riconoscibile, è vero… James Brown poi è secondo solo a Elvis.

Dipingi?

Si, ho sempre dipinto ma i dipinti non se li fila nessuno. Tranne quelli con inserti di collage. I dipinti, come il disegno, sono qualcosa che faccio con un approccio completamente diverso.

Suoni? (Io me li filo i dipinti!)

Ascolto musica continuamente e sono un collezionista compulsivo di cd e vinili ma sono assolutamente incapace di fare musica.

Ti posso chiedere come si realizzano i tuoi collage? E se te lo posso chiedere, mi puoi rispondere? Ho sempre pensato che ci sono delle domande oltre le quali non è carino andare…

Provo a risponderti ma non c’è una regola stabile. Non è un esercizio di stile… Di solito sto in studio la mattina o la sera tardi. E’ una pratica quotidiana, un linguaggio che si evolve da sé. Ogni movimento ne provoca altri. A volte si arriva ad un traguardo, una soluzione o un errore, e quella è l’opera.

Nascono prima gli artwork per i vinili o quelli per te?

Gli spunti e le indicazioni che mi forniscono i musicisti sono fondamentali. Stabiliscono un punto di partenza che tengo sempre a mente ma di solito non riesco ad attenermi completamente alle loro indicazioni. Sicuramente le assimilo e le lascio entrare in relazione con il mio immaginario ma poi le immagini migliori sono puntualmente quelle più inaspettate. Direi che quindi non c’è molta distanza fra gli artwork per i vinili e quelli che faccio per me. I grafici si lamentano sempre delle ingerenze dei clienti, ma se si lavora per illustrare qualcosa che si condivide e che si apprezza, che sia un album, un libro o un festival, questo problema non si pone.

Dove si trova la musica nei tuoi lavori: con l’uomo o con i prati?

In entrambi, credo. Nel punto che disgrega il limite fra l’uomo e i prati.

E la tua di musica?

Sul mio giradischi.