#5 Francesco Serra feat. Trovarobato

 

L’uomo lichene

L’ho sempre fatto, sempre. Soprattutto quando mi ridevano in faccia. Anzi, era proprio quando mi ridevano in faccia che lo facevo ancora di più. Con più convinzione, con più necessità. Con più desiderio: non mi è mai piaciuta l’eccessiva razionalità degli uomini. Stivali alti, di gomma verde, e pantaloni inzuppati, dentro gli stivali alti. Facevo così perché mio nonno pure faceva così e io gli correvo dietro che ero alto come uno sgabello bassissimo.
Poi prendevo e andavo nel bosco: una camicia a quadri dai colori scuri, di quelle che le vedi solo nelle praterie di film americani, dove chi le indossa si rivela essere l’assassino storico del villaggio, quello che il benzinaio saluta al distributore di benzina e nessuno riconosce essere quell’assassino lì, di cui tutti parlano e di cui anche lui, l’assassino, parla. Così devo esser sembrato un assassino anche io, con gli anni.
Praticamente andavo a funghi. Ci andavo d’estate piena, con il caldo secco che li ammazza, ma io ci andavo lo stesso: troppo facile trovare i funghi in autunno! Camminavo con un bastone, solo perché mio nonno ci camminava sempre con il bastone, e spazzavo via le foglie accartocciate prima che le calpestassero i miei stivali, davanti a me. Non ne no ho trovato mai neppure uno di fungo, in agosto. Ma non mi davo per vinto, fin quando il mio scopo si tramutò in una biologica constatazione: era quel dettaglio naturale, che per quanto ovvio, mi era sempre sembrato banale: il sostentamento reciproco dei licheni. Il loro amore l’uno per l’energia dell’altro e viceversa, una vita di coppia da storia d’amore indissolubile, l’alga per il fungo, sempre e dovunque, comunque. Andare a funghi trovando licheni non era proprio quello che mio nonno mi aveva insegnato, come pure mi aveva ammonito dall’andarci in agosto, intendiamoci. Ma volevo dimostrare che la contraddizione ha una sua punta di verità, che si disvela per dirti che ehi tu, non ci credevi, vero? e invece è proprio come non ti aspettavi che fosse. Lo so, lo so, è complicato avere a che fare con me, me ne rendo conto. Infatti nessuno poi voleva più averne. Nessuno fin quando non decisi un giorno di avere a che fare solo con il bosco e pretesi il contrario. La mia scelta si rivelò essere ottima, mio nonno ne sarebbe stato orgogliosissimo. Sapete, tutto quello che so ora, tutto quello in cui vivo, è l’essenziale. Non mi servono più i rumori, non mi servono più i pensieri, non mi servono più i calzini e ora che mi state leggendo, è perché ho deciso di raccontarvi tutto: la prima notte che ho parlato con il bosco, per spiegargli la situazione, gli ho chiesto di lasciarmi in cambio un lichene. Gli ho detto: io rispetterò i tuoi rumori, la tua vita e gli spostamenti dei tuoi frutti, ma voglio in cambio un lichene, voglio che sia mio, che stia sempre con me, voglio osservarlo per conoscere l’amore. E quindi eccomi: il mio braccio è un arbusto di materia composta, spugnosa, viva. Tante piccole squame come bolle, si schiudono e si amano e crescono, si riproducono. E tutto questo sono finalmente io, un uomo-lichene che ha imparato a riconoscere i funghi dalle pretese e i parenti dagli assassini.

 

ARTWORK_LP-WEB

 

artwork di Francesco Serra, fotografia e composizione digitale, 2012
label Trovarobato

 

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una conversazione con Francesco Serra

 

Non conoscevo Trees of Mint, poi scopro che non solo sei l’artefice dell’artwork, ma che i Trees of Mint non sono un gruppo musicale: Trees of Mint sei tu! Non ti potrò chiedere come hai iniziato a collaborare con i musicisti… o forse sì: come hai cominciato a collaborare con la tua musica?

La nascita di Trees of Mint coincide con il mio trasferimento da Cagliari a Bologna. In Sardegna avevo una band in cui suonavo la chitarra elettrica e cantavo insieme ad un bassista ed un batterista. Il mio approccio musicale è quindi maturato in sala prove e quando sono arrivato a Bologna ero abituato a suonare ad alto volume e a comporre dei pezzi tenendo conto del ruolo e delle sonorità degli altri strumenti. Quando nel ’99 la band si è sciolta, ho continuato a comporre nuovi brani per sola chitarra e voce. La musica aveva perso l’impatto sonoro che aveva con la band, ma aveva guadagnato in ricchezza del dettaglio. Infatti suonare in casa a volumi contenuti o addirittura in cuffia, mi ha permesso di notare nuove sfumature e dettagli sonori che prima erano mascherati dal suono degli altri strumenti. Ho cercato di dare risalto a questi nuovi elementi includendoli nella composizione. Sicuramente questa nuova condizione di ascolto ha influito sul mio modo di suonare e di comporre infatti, i nuovi brani che ho deciso di raccogliere sotto il nome di Trees of Mint, erano caratterizzati da toni molto intimi e pacati. Per un periodo ho suonato affiancato da un batterista, con cui, nel 2007, ho registrato “Micro Meadow…”, il mio primo disco in studio. Successivamente ho ripreso ad esibirmi come solista e gradualmente ho smesso di cantare per concentrarmi maggiormente sulla chitarra.

Ho sbirciato sul tuo sito, c’è scritto che “Attualmente la tua ricerca musicale è incentrata sulle potenzialità sonore della chitarra elettrica e sulle relazioni tra suono e immagine.” So che hai un profilo professionale legato al cinema e conosco anche la teoria del montaggio delle attrazioni di Ejzenstejn. Ma spiegami meglio che tipo di relazione genera il suono di una chitarra elettrica con un’immagine secondo i tuoi ultimi esperimenti. E poi: a quale tipo di immagine ti riferisci?

Mi riferisco all’immagine in movimento in senso lato anche se fino ad ora mi sono confrontato prevalentemente con film amatoriali girati in pellicola a passo ridotto. Infatti per qualche anno ho collaborato con Home Movies, l’Archivio Nazionale del Film di Famiglia dove ho avuto modo di occuparmi di sonorizzazioni live e colonne sonore per film amatoriali in 9,5 mm, 8mm e Super 8. Le relazioni che si creano tra suono e immagine sono molteplici e spesso complesse. Si tratta di un continuo gioco di scambi tra i due linguaggi ed esistono diversi approcci. Per essere chiaro ed esaustivo dovrei dilungarmi un po troppo quindi mi limito a consigliarti di vedere “Il Treno va a Mosca“, un film per cui ho composto una colonna sonora basata sulle sonorità della chitarra elettrica.

Quelle insolite muffe mi hanno attratta subito: esistono nella realtà colorate in quel modo?

Si tratta di licheni e i colori che vedi sono naturali. Gli ho solo enfatizzati aumentando la saturazione.

Parlami di come è nato l’artwork e di cosa si tratta: è una foto? Si può chiedere come lo hai realizzato?

Si tratta di una composizione di 11 licheni, fotografati singolarmente e poi scontornati ed estrapolati dal loro contesto naturale. Gli scatti sono stati fatti in Sardegna, nei pressi di un sito nuragico non segnalato, che si trova su una piana rocciosa quasi interamente ricoperta da varie specie di licheni. I licheni sono degli organismi che hanno un tempo di crescita estremamente lento. Ho immaginato che la copertina dell’album, inizialmente bianca, ne venisse ricoperta, come se il disco fosse stato lì da sempre, così come le pietre, e aspettasse soltanto di essere trovato e raccolto.

Di recente ho avuto una conversazione molto interessante con una giardiniera: mi ha confessato che noi esseri umani siamo peggio di qualsiasi zappa usata male. Non rispettiamo le piante, non le capiamo, mentre probabilmente in futuro alcuni studiosi paragoneranno il nostro ciclo vitale e comportamentale a quello di una siepe o di un fiore. Un po’ come aveva già scritto Maurice Maeterlinck ne “L’intelligenza dei fiori”, uscito nel 1921. E tu che rapporto hai con la natura?

Direi che ho un ottimo rapporto… Sono cresciuto tra il mare e la campagna. In Sardegna la natura e il paesaggio si fanno notare parecchio.

Durante tutta la nostra conversazione mi sono resa conto di aver scritto Trees of Mint pensando a Mind. Una buona scusa per ragionare sulle due diverse immagini associate a questi termini. Come sono fatti i tuoi alberi di menta e che aspetto avrebbero quelli della mente?

Ovviamente si tratta di un’immagine irreale. Ho scelto questo nome per esprimere la carica evocativa e visionaria della mia musica.  Infatti Trees of Mint è una sorta di sinestesia perché evoca un colore, un odore, un sapore e un’immagine piuttosto vaga.
L’albero della mente lo visualizzo come qualcosa di molto intricato.

Il tuo colore preferito?

:)

In genere non lo chiedo, ma a quando il tuo prossimo album? qualche anticipazione su cosa ascolteremo?

Non so ancora dire quando uscirà ma ci sto lavorando. Per ora ho solo alcuni spunti. Si tratta di brani strumentali sempre eseguiti con la chitarra elettrica.