Poi arrivò Il Bello, feat. The Sweet Life Society con “Manifesto”

Episodio 5

“Mi chiamo Il Bello, mi sono sempre chiamato così. Ho molti anni, troppi perché voi li possiate contare. Tu, dì un numero, spara.” Il Bello si era presentato a casa nostra il giorno dopo che la piccola strage di Moudry aveva avuto inizio. Era pieno di schifo addosso, mutilato, cieco, infangato. Avrei detto tutto tranne Bello, quindi ho detto: “Cinque?”. Al mio numero è scoppiato a ridere. Aveva l’alito di un vecchio, ma sembrava un bambolotto malconcio. “Ne ho più di trecento o forse solo più di settanta”. Va bene, gli avevo detto. Non ci importava molto quanti anni avesse, ci importava che ci aiutasse a rimettere in ordine la situazione. Dopo il parziale scioglimento del sole, la Nuova Costellazione si stava muovendo per evitare un casino con i ghiacciai, quindi buttava luce gelida da stelle nuove sulle superfici che stavano subendo i prima disgeli. In quanto ai cittadini, alle strade, alla quotidianità, i ragazzi e me avevamo chiamato lui: Il Bello. Dopo averci raccontato delle sue vittorie, ha esposto il piano: “Tutte le cose più vecchie. Tutte. E di ogni genere: libri, foto, frutta, soldi, pollame, caramellame, pasticcame, armi se ne si posseggono! Ogni cosa alle fiamme!” Secondo Il Bello, parte del sole ormai liquefatto si sarebbe cibato degli oggetti dei cittadini, che invece di finire fusi come formaggio, avrebbero sacrificato i loro averi. “Prendere tempo!” Continuava Il Bello. “Prendere tempo per salvarci la pelle e finalmente capire quali sono le cose che davvero contano!” Mentre sgomitava, spruzzando fango e poltiglia dalle sue ferite di guerra, un forte calore cominciava a fare capolino dalle stanze, come da noi ovunque in ogni dove.

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dal magazine Gagarin Orbite Culturali, Anno 10, n.2 - Aprile-Giugno 2019

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