Tel Aviv

dalla serie:  aroundJerusalem

 

Il rumore delle auto
è una delle risposte possibili
all’infrangersi delle onde
da spartitraffico c’è il vento
che pensa poi a spogliare le palme
essiccate dall’asfalto:
strati di polvere solidificata
gli impedisce di sciogliersi al sole e
quasi l’umidità
crea una patina bagnata
che non ha odore
ma conserva da qualche parte il sale
per quando neppure i corvi
rideranno più.

La spazzatura punge di acido
l’aria calda dalle strade
mentre le insegne al neon
proiettano luce
costantemente anni novanta
decorano parchi brevi
tabaccherie orientali
riservano gli angoli di Shenika Street 
agli abitanti principali
che partoriscono figli scuri
dietro le tende dello Shuk.

Solo i colori delle spezie
cantano il loro profumo in privato
sopra le teste delle madri inebriate
si radunano in granelli e
appartengono a quella intima
necessità millimetrica
di raggiungere il vertice
nascendo unite
circolari dalla base
ma perfettamente integrate
al disordine dei mercanti
e alle maleducate sfilate
di clienti ambulanti.

Non ci sono caffè
in questa città
ma arabi e istantanei
e turchi
e macinati
e il vino rosso è dolce
come il sangue la domenica
nel calice dei nostri preti;

Sacri estivi rituali
lungo il bagnasciuga metropolitano:
le casse per la musica
sulla sabbia i caschi
da moto, i piedi neri
i muscoli compatti
e il costante ritmo incoerente
delle palline sulle racchette;
il tramonto è appena
dove il sole si bagna nel mare
che lo inghiotte impaziente
la città lo guarda in silenzio
per conservare quell’istante.

Strati di persone
prestano la loro età
le une con le altre
e allargano sorrisi spensierati
a denti stretti, dorati
giocano a carte scoperte
partite di hashish e
spremute di melograno
slice di mango
ma prima crema di hummus
per pita di colazioni orientali
esportate in stile british
passeggiando al centro
dei loro spogli e sempreverdi
francesi boulevard autunnali.