Anche Dalila lo vuole firmato

“Mi senti? Ora mi senti? Bene. Non posso parlare molto, non parlerò molto, sono esposto. Mi senti? Io sì. Sì. Esatto, proprio fuori, davanti all’ingresso. Mi aspettavo più gent… no, direi di no. Ascoltami bene: non possiamo dare nell’occhio e io devo essere muto. Hai presente le guardie quelle… ecco, loro. Sì, esatto, sto già parlando troppo. Pochi. Certo, fino alle 22.30, non ti ricordi? Aspetta, aspettami un attimo.”
[...]
“Senti, non posso più parlare; ricordati che se vuoi passare fallo all’ora esatta o siamo fottuti. Poi mi muovo io, mi hanno fatto vedere tutto, per forza. Ricordati di bruciare… esatto, bravo, vedo che hai capito. Questa notte, no? Quando secondo te? Cristo Maddy, non mi fare incaz… ecco, sì. Sì, ti lascio. Dai, a dopo. Ciao. Cia.”

King Kong, detto L’Orso Bruno per gli amici, dopo la conversazione si era dato un contegno, tirando su con il naso anche le spalle. Mento alto, petto in fuori, sguardo cattivo: centrotrenta chili di muscoli e una ventina di uomo. Calvo e glabro, KK brillava insieme al paio di canini dorati. Come pure i gemelli sullo smoking nero, stesso colore anche per cravatta e camicia. KK era alto due metri e faceva paura. Il suo compito sarebbe stato quello di sorvegliare gli ospiti, uno a uno e con discrezione, garantendo sicurezza, prontezza, fiducia. Dalila ad esempio se ne era innamorata, gli ammiccava con il flute di spumante tra le dita, sculettando labbra rossissime e rifatte. Merilaynn invece faceva finta di intruppargli l’anca con la borsetta, che sbadata, gli sussurrava. Poi c’era Kevin che invece lo fissava dritto negli occhi, sbottonando una volta in più la sua camicia di lino dalle palme viola. Ma KK era impassibile. Lo sarebbe stato in ogni caso, quella sera ne aveva un motivo ulteriore.
Il Luxury Fairy Tales Store inaugurava su Via Menegoli 8 con 220 mq di abiti su due piani, firmati Monica Zelandi Sewed Surface. Telati a mano e illustrati ad acquerello erano 110% cotone; ogni capo, esemplare unico, valeva cinquemila euro. Niente tartine per l’inaugurazione, niente cibo: vietato agli ospiti avere fame e vietato in caso di fame, sporcare gli abiti. Le bollicine avrebbero inebriato la serata a sufficienza e KK non aspettava altro che trovarsi in una folla lucente di benestante ebrezza, per passare all’attacco. Con Maddy avevano incaricato Gellinger di manomettere i contatori per generare un temporaneo black-out: non sarebbe stato quindi un problema solo del negozio, non si sarebbe scelti di seguire un sospetto localizzato: il disagio sarebbe stato urbano e molto più che locale. Gellinger aveva lavorato come elettricista comunale per anni, poi si era invecchiato ed era andato in pensione. Si annoiava terribilmente. Maddy era un gran ciccione, voleva solo soldi, soldi e soldi. Come si vogliono gli hamburger con bacon e cipolle o il fish&chips.
Poi c’era finalmente KK, che era stato un bambino mansueto ma pieno di astio inspiegabile, quindi tenero pugile in gravida età, poliziotto in anni di incertezze e infine libero professionista del securitysmo. KK veniva reputato un grande: aveva prima aperto una partita iva, poi una s.r.l. reclutando poliziotti pentiti o nemici delle elementari per avviare una certa squadra e spargere la voce in sordina. Smistava i suoi gorilla per garantire sicurezza a party privati, opening e meeting da cinque stelle; solo di rado e solo per iniziare le matricole, discoteche. Lui di serate però se ne faceva una ogni tot, una come quella.
Verso le 21.45 il sole era già sparito e si erano servite tre ore di spumante brut. I più audaci avevano azzardato un fast-finger-food nei bar limitrofi per circoscrivere l’alcool, altri gliel’avevano semplicemente data su. Black out totale, nel giro di pochi minuti dopo le 21.45. Dapprima silenzio compresso, quindi urla indistinte. Spinte, acconciature a farsi fottere dietro teste tirate, tacchi a spillo spezzati su caviglie maldestre e uomini inermi davanti a donne in piena crisi da panico. Di colpo Dalila, Merilaynn, Kevin e tutti gli altri ospiti sembravano essersi dimenticati della presenza di KK, nessuno che reclamava il suo nome in cerca di aiuto e ognuno che sperava di salvarsi la pelle chissà da quale male, nell’oscurità.
Le urla cominciarono gradualmente a placarsi quando gli occhi di tutti si abituarono al buio; pupille dilatate e brusio interrogativo si faceva spazio tra gli abiti e i flute riversi, in mille parti: “cosa è successo? Dora, hai visto il contatore? Chi va a controllare il contatore? Dov’è (poi) il contatore? Bisogna vedere se la leva è abbassata.”
Intanto Maddy non era passato, aveva fatto leggermente tardi, quindi aspettava KK all’angolo di Via Menegoli su di una bicicletta elettrica con al fianco un modello simile per il suo capo. Eccolo KK, pochi minuti dopo il brusio generale: un borsone da cento litri su una spalla, uno zaino di altrettanta capienza sull’altra e in pugno un manichino. KK li collezionava e su questo nessuno doveva fiatare. Andava in bici senza mani seguito da Maddy che per esasperare il loro passaggio, aveva anche lui un grosso borsone giallo (vuoto). A vederli, quei due con la refurtiva pedalando in nonchalance, sembravano provati reduci dalla perdita di una scommessa.
KK non era uno di quei capi che faceva fare il colpo ai suoi scagnozzi, monitorandoli con microchip da spionaggio. Lui entrava in azione solo in prima persona e solo una volta ogni due anni. Il resto del tempo, la maggior parte del tempo, lo impegnava nel cercare il nuovo marchio di punta, pronto al lancio. Quel marchio con alle spalle investimenti sicuri su pregio e public relations, su clienti selezionati ma mondiali. Sulle banconote fatte di diamanti, per capirci. Quindi ragionava sul piano da attuare e coinvolgeva sempre gente di provincia, sempre un Maddy della situazione. Come pure un pensionato di provincia, un Gellinger della situazione. I suoi piani non avevano mai un plot così fantasioso, erano piuttosto banali e sembravano usciti fuori da film d’azione americani di serie B. Poche operazioni, semplici e veloci e pochi compagni, annoiati ma onesti. Usciva per due anni interi con ognuno di loro, imparava a conoscerli e quando li lasciava perché costretto dagli affari a cambiare città, ricevevano cartoline di saluti e circostanze smielate che intenerivano i cuori delle mogli (e un po’ anche i loro).
Diretti in stazione, appena fuori l’entrata principale, li aspettava Gellinger al quale Maddy lasciò qualche capo in segno di gratitudine solo dopo aver preso per sé parte della merce. Salutò quindi KK e assicurò le bici a un palo, poi sparì sul binario 8 che lo riportava dritto a casa, nel suo Comune di nascita. Tutto questo davanti agli occhi di pendolari stanchi e passanti casuali, alle undici di sera con qualche vettura in divisa pronta a fermarli da un momento all’altro. Ma non in questa storia e non per KK, che dopo aver salutato i suoi compagni cambiò nuovamente città senza spostare la sede amministrativa dell’s.r.l, per promuoversi Security Man in vista di imminenti e sontuose, prossime aperture.