la missione impossibile di parlare con uno scioglilingua e mangiare sul tetto di uno strizzacrani

Diciamo che se avesse potuto di certo non sarebbe rimasta a guardare fissa quel pesce. Praticamente le sembrava una carota che parlava nell’aceto balsamico di un’insalata greca. E poi non c’era nemmeno un cavolfiore, cavolo d’un fiore! Lui non si era neppure presentato con un centesimo di rosa, è si che un petalo ne costa al minimo 10! Però avrebbe giurato che se avesse potuto guardare nel buco, avrebbe a lungo osservato il viola del radicchio color rapa che si portava da una parte all’altra una barca di piselli in scatola. Lei non capiva perché aveva acconsentito ad andare in giro con i piselli, poi si sa che quelli nella latta sono sempre meno verdi e prosperi, dai, è una cosa di quelle più che risapute. Ad ogni modo quell’alba l’aveva visto accorto nascondersi in quel buco, e al suo dorso, una manciata di finti findus, magro ricordo di un grembo immaturo, maturo solo per l’industria della finzione. Poi s’era fatto da qualche minuto giorno e in quel dì le era venuto in pancia uno stomaco tondo dove non partoriva più l’astinenza di una pietanza ma se avesse potuto partorire avrebbe generato la fagocidigia che imbeve l’ingordigia dei facoceri. E a quel punto si era spaventata: un grosso maiale color grigetto le aveva fatto l’occhio e lei era scappata alla ricerca di Lino senza trovarlo. Nel buco c’era il radicchio, di fianco quel pesce e in ultimo quell’industria di peli e muso: un colosso informe di brutta naturalezza. Bruttezza. Il fatto è che non è che si muovesse poi troppo, anzi diciamo che non si muoveva praticamente affatto. Come ci fosse finito vicino alla sua guancia ad un metro e settantatre di distanza, questo lei se lo stava effettivamente chiedendo. Si, avrebbe voluto lanciargli il pesce sfidando la caparbietà dei mammiferi di mangiare non solo carne. Poi si ricordò che il pesce era pur sempre un tipo di carne di quella che si mangia l’orso, che è pure lui un mammifero. Così non ci pensò su due volte e quella che gli sembrava una carota era davvero affatto un ortaggio. Ben meglio: glielo lanciò dritto e non troppo nella sue fauci in modo da quasi centrare per sbieco la dentatura non mastina. Un idraulico roboante: ecco che sembrava al divaricarsi delle mandibole superiori. Gli mancava solamente un pettorale azzurro colle bretelle, e stava. Lì, impalato. Ma con la proboscide corta smandrappata. Gnam e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna che era in lei, decise di sfruttare l’ardito inghiotto per farsi venire un’idea di esposizione fallita. Che ora proprio non ricordava. Poi successe che scansonò quel temporeggiare e si girò alle sue spalle. Aveva visto quasi tutti gli angoli del suo spazio senza guardarsi nel di retro. E che vi trovò? Una cartapesta di melanzana tutt’intatta che sembrava voler essere tagliata da un fiato all’altro. Il singhiozzo cominciò a sopravvalutarle la faringe e si sovrappose alla respirazione mentre lei immaginava di star deglutendo: la cibanza del facocero le aveva dato da venir fame. Allora si massaggiò la pancia e toccò la melanzana di cartapesta. Era pesta per davvero. Questo però non voleva dire che fosse di carta. Infatti era di pongo, quindi non era commestibile. E perché mai le era venuto in mente una sostanza così alberofenomenologica? Forse per via di quei genotipi che ne formavano uno del tutto simile alla rasseccazione della corteccia di un tronco. Scuro e pinesco. Fatto sta che l’appetito non era di certo trapassato né si percepiva fosse stato solo di passaggio perché in caso tale, avrebbe potuto snobbarlo con grande ignoranza verso i suoi succhi gastrici che con la gomma da masticare avevano avuto ben troppo da non digerire. E poch’è che si decise a cambiar luogo. Lasciando nel rifugio il radicchio e i suoi figli innaturali, vagando di palo in frasca alla ricerca di altri ortaggi. Ma il sole stava per indossare il suo soprabiti preferito e imbellettarsi per far combriccola con la polare, che le altre stelle dovevano per forza di luce, imbellettarsi pure loro. E dunque non c’erano troppi ciottoli da seguire e neppure la speranza delle briciole di Pollicino, così, con il vuoto in pancia e il sangue nella bile si accorse che era arrivato il Momento: stare un po’ con lui a pensarci su prima che potesse fuggire con un Secondo di Tempo per poi sparire sul tetto di uno strizzacrani senza cervello.