la pesca

Nella pace più silenziosa e intima, lanciò la canna con l’esca finta. Senza attendere troppo, cominciò a trotterellarla avanti e indietro, destreggiando con il mulinello nella speranza di affrontare una strattonata. Bastò poco per esclamare il suo spazientito disappunto: prima nei confronti di gatti curiosi, che gli gironzolavano intorno come mosche sui musi dei cavalli, poi cominciò a prendersela con le divinità. Dio, i soliti santi e qualche nome inventato all’ultimo momento scivolavano dalle labbra con una rabbia secca e diretta.
La prima pesca riguardò una parrucca di alghe spugnose, mentre la seconda non tornò a destinazione: l’esca si era incagliata in un groviglio di cianfrusaglie verdi, appena sotto la pancia di un pontile “impraticabile!”, aveva affermato – dannandolo – una volta raggiunta la laguna. Così sbuffando aveva abbandonato la canna su di una barchetta arroccata, giustappunto nelle vicinanze, e si era avventurato verso l’impraticabilità del pontile, lasciando che la ragazza si sistemasse in quel giaciglio paludoso per conto suo. Monotone cicale chiacchieravano rispettando le convenzioni dell’estate, quando d’un tratto una panda nera e impolverata sbucò da dietro i cespugli più alti. Il giovane pescatore non si accorse di nulla, era ancora in bilico nel tentare di raggiungere l’incaglio mentre lei, la ragazza, che aveva osservato le sue irascibili avventure, si volse in direzione dell’auto. Un uomo tozzo e grigio uscì lentamente dalla vettura, dopo aver parcheggiato a due passi dall’acqua. Indossava una magliaccia rossastra e un paio di pantaloni slavati. Aveva il viso ingrugnito di rughe, il sole si era divertito con gli anni a lasciare tracce di albe e tramonti sulle sue guance. “Disturbiamo?”, aveva esclamato la ragazza con voce docile e bassissima, indicando con un sorriso il giovane pescatore avvinghiato a faccende lacustri. “No… restate”, aveva bofonchiato il vecchio, incurante del seguito di gatti che alla sua vista sembravano essersi moltiplicati. La ragazza allora abbassò la testa e tornò a scrivere sul suo taccuino. Di tanto in tanto buttava un occhio verso il giovane pescatore per accertarsi che non fosse cascato in acqua, ma quello per un lunghissimo quarto d’ora, era rimasto in pizzo in pizzo a destreggiarsi tra sassi e chincaglie.
“pfiiiruliiii, pfiiiiruliiiiii, trallee –lere – lleeroooooooo”, il vecchio intanto aveva cominciato una cantilena di fischi tirolesi che ben si addicevano al suo personaggio ma che sembravano distrarre la ragazza dai suoi intenti narrativi. Così, incuriosita da quel fischiettare, chiuse la penna e decise di dedicarsi al movimento delle sue azioni: con gesti semplici l’uomo aveva tirato a sé una cassetta porta latte, di quelle verdastre con i buchi vuoti all’interno, l’aveva quindi rivolta verso terra e se ne sedeva comodo davanti alla poppa di una barchetta azzurro cielo, usurata dal tempo e imbarazzantemente sporca. Di fronte al suo pancione e all’altezza delle braccia c’era una rete rossa, dai minuscoli fori con intrecci quasi impercettibili: con fare minuzioso aveva cominciato a tirarne a sé piccole dosi, indossando in grembo alcune parti che poi intrecciava con un minuscolo uncino di metallo. Sembrava lavorare a maglia una graziosa sciarpa di corda e con l’attenzione di una merciaia, la liberava – foro su foro – dall’acqua e dalla melma, allargando il presunto ricamo in un centrino funzionale, adatto alla pesca. Il canto tirolese accompagnava i suoi movimenti e spesso incalzato dal rintocco di un piede, scandiva il ritmo con un innalzamento di tono che finiva tra le note imprecise di un acuto poco gradevole. Fu proprio quel primissimo falsetto a distrarre il giovane pescatore, che colto alla sprovvista, quasi perse l’equilibrio: perfino lui rimase a lungo a fissare il vecchio, anche perché del suo incaglio non aveva che cavato un arraffo di poltiglia. L’uomo, che dal mento in su sembrava aver perso muscoli e ossa, continuava a fissare la sua maglia in lavorazione, ormai brillante e quasi del tutto raggruppata, senza degnare nessuna delle due giovani creature. La ragazza, stufa di starsene imbambolata, si decise ad alzarsi puntando dritta verso l’uomo, con la speranza di essere vista dal compagno. “Cosa è quell’affare?”
“Una rete…. una rete ingarbuglia figliastri!”, aveva grugnito il vecchio, lasciandosi sfuggire un timoroso ghigno. La ragazza non sembrava affatto spaventata da quella risposta così sinistra, e quasi divertita, continuò: “Figliastri dice…. dunque ogni famiglia ne possiede uno?” “Di cosa?”, grugnì nuovamente il vecchio. “Di questa”, incalzò la ragazza indicando la rete. “Beh, non per forza…. non tutte le famiglie possiedono questi reticolati molli….alcuni passano direttamente alle gabbie! Ahahahaha…” Con la sua solenne risposta, il vecchio scoppiò in una risata spontanea e contagiosa tanto che il giovane pescatore, udito il tutto dall’alto del suo equilibrio precario, imitò la risata con fare giocoso. Non appena il vecchio lo vide, zittì il riso e si volse in direzione del ragazzo: “E tu che ci fai laggiù? Vuoi forse farti mangiare dalle scarrupìe?”
“scarru…che?” squittì il ragazzo, intimorito dal vocione. “Le scarrupìe, Geremia, non le conosci?” gli fece eco la ragazza, dal quale neppure il vecchio si aspettava tanta conoscenza. Continuò: “sono delle sanguisughe lacustri che invece di nutrirti del tuo sangue, ti sputano a litri robaccia succhiata in giro e puoi pure restarci secco!”. Il giovane pescatore, incredulo di tutto quello strambo avvicendarsi di faccende marittime, non ci pensò su due volte e tutto trafelato, ripercorse all’indietro il ponte impraticabile, quasi annaspando tra un covo di alghe rampicanti e una manciata di ciottoli sparsi, sbucati dal più bene emerito nulla. “Va piano, ragazzo!” esclamò il vecchio, ora con una voce più mansueta del previsto. Il poveretto era arrivato quasi alla fine del pontile e incurante dell’invito, ne percorse l’ultimo tratto aumentando la velocità. La ragazza lo osservava in silenzio, mentre pacatamente il suo labbro superiore minacciava di scoppiare in fragorose risate. Il vecchio intanto aveva ripreso i suoi attrezzi da lavoro ed era ritornato al suo ricamo, senza neppure scuotere la testa come fanno tutti i vecchi ad una mancata obbedienza. Geremia aveva finito di mangiarsi con le gambe il pontile ed ora sostava ansimante davanti alla ragazza: “scarru..che? cavolo, la sentivo io qualcosa alle caviglie! Sapevo che non sarei dovuto arrivare fin laggiù…!” e come se si fosse sentito già pieno di viscidume, aveva cominciato a grattarsi frettolosamente le gambe e poi le braccia, per stuzzicare presto tutto il resto del corpo, riconquistando la valanga di maleparole che una mezz’ora prima avevano accompagnato la sua pesca. Passarono pochi istanti quando si ricordò delle imprecazioni del vecchio e dei suoi presunti infanticidi paterni, così smise di sgraffiarsi la pelle e si bloccò. Guardò l’uomo che continuava a lavorare la rete, la fissò, poi fissò la ragazza ed infine con un filo di voce chiese se la roba dei figliastri fosse una bufala bella e buona. Solo allora il vecchio alzò la testa e con fare arrugginito sogghignò: “mio caro, nessuno te l’ha detto, ma i giovani pescatori come te, prima o poi ci cascano qui dentro, proprio come i figliastri!! Ahahahahha!!!” Alla seconda risata, la ragazza non si trattenne ed esplose in un ruzzolone di acuti striduli e fanciulleschi. “Certo che prima o poi ci caschi! Se la piantassi di ringhiare in preda al tuo nervosismo, forse i pesci abboccherebbero felici! Non lo sai che la pesca è lo sport dei pazienti? Non è vero zio?”
“Sacrosanto!” Ruggì il vecchio, senza nascondere un sorriso meno ghignoso del precedente. La ragazza si avvicinò all’uomo e dopo avergli posato una mano sulla spalla gli schioccò un bacio scusandosi di non averlo fatto prima: “ero così intenta nel vederti lavorare… speravo potessi insegnare qualcosa a questo mostriciattolo…” e affettuosamente indicò il ragazzo che era diventato sempre più piccolo, quasi invisibile, fino a che, d’un tratto, non sparì del tutto e al suo posto rimase solo un piccolo punto rossastro e paonazzo, non di certo per le scarrupìe.