la razione giornaliera o delle immagini

racconto ispirato da una foto di Luca Manfredi

 

Aveva le mani immerse nella finitezza di capelli lisci e lunghi. Le contornavano il viso còlto in un cenno di sospiro ad occhi chiusi. Il cappello era di un’eleganza povera mentre posava su una frangetta di bambina: mancavano solo le lentiggini arancio, fosse stata una foto a colori.

Lisa si era soffermata così a lungo su quello scatto – ora trasandato – che sembrava le ricordasse una persona a lei cara, un familiare lontano, un’amica a cui non parlava o qualcuno che non vedeva da tempo, ma che al pari del familiare e dell’amica avrebbe senza dubbio voluto rivedere. E invece Lory lo sapeva: in quella foto c’era proprio lei, c’era Lisa. Il problema è che non se ne ricordava. Ma il fatto che si fosse impiantata, fissa, davanti a quel volto, di certo faceva sperar bene che sarebbe guarita presto. O si sperava presto.

L’ “anoressia dell’anamnesi” era stato un processo mnemonico depauperativo lento e indolore. I medici avevano detto che non era stata diagnosticata ancora nessuna cura e neppure alcun rimedio. Nulla di nulla. Da qui il nome, infatti. E questo perché non si aspettavano una diffusione così repentina. Eppura Lisa se l’era beccata tutta, senza neppure immaginarlo. Lory ricordava che aveva avuto qualche avvisaglia circa tre mesi prima del battesimo di Mario, quando l’aveva accompagnata a comprarsi le scarpe rosa con la punta tonda. Lisa aveva misurato il 39 e le andavano che era una delizia, sembro una porcellana, una bambola di porcellana, aveva esclamato sorridendo. Lory era d’accordo e per questo aveva insistito che se le comprasse all’istante. Purtroppo aveva dimenticato il portafogli a casa, nella borsa verde, ma ti pare! Aveva esclamato dalla rabbia, delicata rabbia, intendiamoci. Dunque quel giorno niente scarpe, ma il giorno dopo un paio di stivali color cenere padroneggiavano il parquet di Lory: belli vero? Penso siano ok anche per il battesimo, in fin dei conti è di pomeriggio… e poi siamo in autunno.

Ma le scarpe rosa? Che fine ha fatto la punta tonda? Aveva esclamato allora Lory, un poco incredula ma fiduciosa in una risposta talmente convincente da perdonarle quegli scarponi da befana.

Rosa? La punta tonda? Ma non se ne parlava. Lisa non le aveva proprio mai viste quelle scarpe. Si, certo, era uscita con Lory, ma cascasse il mondo io quelle scarpe da bambola di porcellana proprio non le ho mai provate!

E dal banale impiccio delle scarpe si continuò con lamentele per puntuali ritardi al corso di francese terminato in realtà mesi prima o dissertazioni su fantomatiche lezioni di russo, mai prese in vita sua, fino a litigare con il professore di disegno scusandosi per il mancato pagamento dell’anno in corso, al quale non aveva mai presentato domanda. E si che Lisa aveva smesso di dipingere ben due anni prima! Il fatto era che ad ogni modo, quando sembrava rinvenire da assurde dimenticanze, Lisa non ricordava di averle mai sofferte. O per lo meno di avere mai tirato in ballo l’argomento che aveva dimenticato con quello per cui, qualche istante prima, stava reinventandone l’origine. Paf! Il vuoto più totale.

La prima volta che Lisa si trovò faccia a faccia con un dottore, non seppe proprio cosa raccontargli, tranne che di tanto in tanto avvertiva un mancamento. Ma non nel senso dei sensi, un “mancamento di posizione”, lo aveva definito, magari mi ricordo che bevo il caffè, che stavo bevendo il caffè, e poi quando torno a ricordarmi, mi trovo seduta sul divano di casa di Lory. Ecco, vede? Dove sono stata durante il mio ricordo?

Ma dal dottore ce l’aveva portata Lory con la forza, perché in quanto a Lisa, lei era convinta che la menopausa fosse la causa principale di questi straniamenti. Ne era convinta anche perché sua cugina tempo fa le aveva allertate entrambe, previa esperienza personale: oh, è un impiccio, vi sentirete scosse, stordite, oltre a lamentare nausea, stanchezza e déjà vu sporadici, una vera noia!

E allora non preoccupiamoci, aveva sorriso Lisa a Lory, che però aveva smesso di preoccuparsi solo per i 4 giorni che seguirono.

L’anoressia della anamnesi di fatto intaccava le sfere mnemoniche del cervello ad intervalli di tempo irregolari e soprattutto su periodi di tempo casuali, rendendo nulli tutti gli interventi di diagnosi postulata, poiché poveri di fondamento temporale e logico. Lisa era dunque anoressica delle sue verità, nel senso che non aveva fame né piacere e né gusto di ricordarle, semplicemente perché le aveva dimenticate nel momento in cui le dimenticava. Il limbo della perdizione verso cui stava navigando aveva raggiunto dei livelli di assoluto paradosso a tal punto da portare Lory verso un’unica decisione: ragionare per il contrario.

Se Lisa era malata di anoressia anamnestica, Lory poteva comunicare con lei solo attraverso una bulimia informativa, dove la narrazione spazio temporale degli avvenimenti non aveva alcun senso. Una vita in seno alla sfida della casualità e della causalità messe assieme, laddove non vi era spazio né per l’una né per l’altra. Inizialmente a Lory sembrava di morire. Se prima proprio non si ritrovava nelle storie senza tempo di Lisa e si perdeva in quelle che la sua memoria aveva infilato chissà dove, ora alimentare la sua mente di informazioni rapide ed essenziali sfidava kronos sulla mnemonica, battendola per un pelo.

Fatto sta che tutto accadeva nell’istante di quel tutto e si consumava allo stesso modo: i giorni scandivano le loro ore in azioni di eventi e fatti che iniziavano e finivano in un ciclo unico di soluzione. Un sistema perfetto per governare ogni cosa, pensava Lory che era riuscita a metterlo in atto nel giro di un anno. Se le società e i governi si prendessero la briga di risolvere le problematiche nel momento stesso in cui gli si presentano, non ci sarebbero le favole dei corrotti e dei corruttori, aveva ipotizzato Lory durante il periodo di assestamento della loro bulimia. Sembrava tutto andare per il verso giusto, sembrava addirittura che perfino Lisa soffriva meno dei suoi mancamenti di posizione. E i medici cominciarono a non sentirle né vederle più.
O quasi.

Quel giorno, quel giorno a caso in cui la vecchia pagina di un ritaglio di giornale conservato aveva mostrato a Lisa la donna che era stata, qualcosa si mosse nel suo stomaco. Qualcosa di pungente che arrivò fino all’orecchio e poi al cervello: un ricordo vero. Lory l’aveva osservata e la lasciò fare. Lasciò che sostasse un giorno intero – dei loro giorni svuotati – davanti a quel volto in bianco e nero, costretto in uno sbadiglio di disapprovazione high-fashion perché sponsor dell’allora nuovo cappello firmato P&C style, stile perfetto in un mondo a confetto!.

Avevano brindato lei e Lory quando, tempo addietro, Lisa ricevette la sua prima busta paga, che ben si guardava dallo sperperare proprio negli spot da cui veniva.

Ebbene, quell’intero giorno trascorse senza che Lory chiedesse nulla e senza che Lisa facesse altrettanto.

 

“Secondo me sono stati loro”

“E’ bello sentirti come una volta, Lissy”

“Ascoltami Lol, sono stati loro, ti dico.”

“Nulla accade ad una persona senza che ce ne sia di mezzo un’altra. Guarda me, per esempio.”

“Ti scoccio Lol?”

“… e poi tu ti presentavi, sorridevi, ti voltavi. Lissy non dimenticarti che erano soldi. E io non avevo capito niente. Cristo, la menopausa… Ma sto davvero parlando così con te?”

“Quante volte mi ci sono ripulita, Lol, con la loro carta affatto igienica da banca rotta?”

“Sssssh! Lissy smettila. O ci sentono, non mi piace.”

“E dunque? Che vengano! Non possono davvero farci nulla ora…”

“Già.”

“Dai, Lol… allora mi credi?”

“Certo, ti ho già creduta, ahimé, non che tu abbia torto. Vorrei però che ricordassi le tue… ahahaha!”

“Questa è bella! Davvero bella Lol, dai, potevi almeno usare un altro termine!”

“Scusa, ahahahaha, oddio, che ridere, mi scompiscio. Dai. E comunque non mi sembra sia un tabù ora. Sembri guarita, no?”

“Che parolone…”

“Beh, si lo è.”

“Non guariremo mai Lol. E tu lo sapevi prima di me.”

E di nuovo, scoppiarono in una ristata, veramente fragorosa.

La stanza era squadrata, necessaria. Piccola e bianca. Come quelle stanze squadrate, necessarie, piccole e bianche che bene si possono immaginare in posti del genere. Anche loro erano piccole e bianche, ma stavano bene.

L’agenzia della P&C style aveva chiuso forzatamente diverso tempo prima, accusata di “masturbazione cronica dell’apparenza fisionomica femminile nella visuale pubblica e, indi per cui, privata, in un contesto sociale schermo e vittima delle sue implicazioni espressivo-visive”, quindi messa al gabbio. Qualche beffardo malefico della stampa si era divertito poi a scimmiottare lo slogan della P&C style con un suo “stile pregresso nel mondo di un fesso”, scagliando la colpa a chi ci campava, con gli spot: “Vi si sono mangiati il cervello e lo hanno condito con i rossi delle vostre guance!”

Si, davvero malefico. Chissà perché quando accadono queste disgrazie ci sono persone che non si esimono da commenti da dito nella piaga. Le vittime ormai sono tali, a cosa serve farcele sentire ancora di più?

Nessuno in fin dei conti conosceva la vera situazione di Lory e Lisa, nessuno sapeva cosa fosse l’anoressia dell’anamnesi e tanto meno a cosa portava.

 

“Lol…”

“Si, Lissy…”

“Domani ci portano i pennelli.”

“Lo so, Lissy.”

“Ci portano anche i colori?”

“Spero non solo il nero…”

“Ben detto Lol, bendetto!”

“…”

“Lol…”

“si, Lissy…”

“Domani ci portano i colori?”

“Non starai di nuovo vomitando la tua razione giornaliera, vero Lissy?”