le cose

Cinque stanze più la camera da letto: abitava al quarto piano di via di Manfredonia e usciva sempre di buon’ora per andare al mercato a comprare le mele se di stagione, i pomodori se di stagione e i carciofi, se di stagione. Poi se ne tornava nelle sue stanze e leggeva. Leggeva da quando rientrava a quando era sera, a volte notte, leggeva anche in bagno e aveva libri ovunque: sopra la lavatrice, sulla tazza del water, agli angoli delle stanze, dietro le porte. Libreria e scaffali: pieni; e nei cassetti, sulle sedie in cucina, tra i bicchieri da vino buoni. Poi aveva cose. Tante cose di ogni tipo: sassi sostenuti appartenere alla preistoria, rocce e chiodi di ferro sicuramente preziosi; cassette di legno, scatole di legno, cassette di plastica di vari colori; spazzolini usati, tappi da dentifricio, tappi; zaini, borse di pelle, buste di stoffa, buste di plastica di tutte le misure; cinghie e cinture di cuoio, cinture di pelle e cinturoni. Non aveva però pupazzi di stoffa e a discapito di quanto si possa immaginare, due sole paia di scarpe: uno buono per uscire e un altro, cattivo, per camminare in casa: mocassini deformati in pelle dura e scoperchiati da una parte, quella da dove spuntava fuori il pollicione. Poi aveva contenitori in vetro e in latta, barattoli di legumi riciclati per divenire porta cose. Grappoli di aglio, grappoli di peperoncino e mestoli: piccoli, grandissimi, medi, utensili da cucina per le bambole. Non buttava mai niente e anzi, collezionava cose in qualsiasi momento potesse prenderne: per strada, nei prati, da qualcuno che ne aveva dimenticate, spulciando tra i banchi di roba usata. Oppure ne ordinava su internet, libri specialmente, volumi di edizioni limitate per lo più: raccolte di novelle di autori sconosciuti, filigranate in oro zecchino o se si sentiva modesto, classiche antologie sul teatro Russo di fine ottocento.
Non aveva abitudini, tranne quella di accumulare, e aveva molta dimestichezza con tutte le sue cose, come con tutte le sue stanze: in bagno leggeva e si faceva la barba, in cucina leggeva e mescolava dei grandi stufati di verdure, nel primo studio leggeva e usava il computer, nel secondo studio leggeva e riparava elettrodomestici rotti, in camera da letto leggeva e poi, si addormentava.
Parlava e scriveva in romanesco e quando era inverno studiava il russo da autodidatta, procurandosi dei libri in lingua dalle biblioteche comunali.
Quando doveva ricordarsi di qualche cosa, la appuntava in inglese su microscopici fogli bianchi attaccati al frigo, sopra cui ne accumulava di nuovi quando li riempiva di parole e poi di nuovi e di nuovi ancora. La sua calligrafia era incomprensibile e spesso neppure lui riusciva a decifrarla, tanto da mancare gli acquisti segnati. Ascoltava la radio e ne aveva tre: una in cucina, rossa, una in camera da letto, grigia e una nel secondo studio, rotta. Ascoltava però solo radio Rai e solo i programmi di musica classica. Quando c’era la pubblicità, staccava la spina di colpo, poi, come se ne cronometrasse la durata, la riattaccava e subito Mozart, Čajkovskij o Mendelssohn risuonavano tra le pareti, raggiungendo piano anche le stanze limitrofe.
Era così che Filippo Maria Giorghi trascorreva felicemente le sue giornate: nella più smaliziata compagnia di tutte le sue cose.