Lo Specialista

Luce fredda come l’aria, i condizionatori nascosti dietro quadrotte di compensato congelavano i volti della gente; visi pallidi, sguardi asettici. Un bancone di legno chiaro si allungava sulla parete più esterna e dietro inservienti gentili, sorridenti, una divisa impeccabile, la stessa per tutti, blu. Mi accolse Matteo, un cartellino e il suo nome quindi una stretta di mano, Prego mi dica, qual’è il problema. Lo tenevo in grembo e lo stringevo a me: Come se avesse smesso di respirare, dissi a Matteo e Di colpo il buio, il vuoto; Capisco, m’incoraggiò lui, non si preoccupi, mi lasci i suoi dati. Quindi gli dissi velocemente nome, cognome, telefono e i vari indirizzi: quello e-mail, dove abitassimo. Vicino a me una ragazza incupita, mi guardava con l’aria di chi ha avuto lo stesso problema. Le sorrisi, forse per calmarmi, per darmi forza, per darci forza. Lei abbassò lo sguardo. Matteo mi disse che aveva registrato tutto e che mi avrebbero chiamato fra un’ora. Mi indicò un tavolo dall’altro lato della sala, simile a quello che avevo visto appena entrato, e alcuni sgabelli dove potersi sedere, uno di seguito all’altro, mi accomodai. Un attimo dopo il mio cellulare suonò: un messaggio mi ricordava che avevo chiesto aiuto e che uno Specialista sarebbe stato da noi molto presto. Quindi attesi. Non c’erano giornali, non c’erano macchinette per l’acqua o il caffè e pensai che fosse strano. Quella luce e quelle persone non fecero altro che aumentare la mia preoccupazione e colto da un attacco d’ansia improvviso, decisi di andare a prendere una boccata d’aria. Feci il giro dell’isolato poi tornai indietro, mentre lo tenevo stretto a me. Potevo percepire che non si sarebbe ripreso in giornata e che non si sarebbe trattato di ore. Temevo il peggio. Un’altra notifica mi segnalò che il nostro Specialista era arrivato e che mi attendeva al desk, dovevo rientrare. Salii le scale, di nuovo quella luce e il bancone. Buonasera la stavamo aspettando, prego si accomodi. Questa volta c’era Davide ad accoglierci: Leggo dalla scheda che “è come se avesse smesso di respirare”, mi spieghi. Raccontai a Davide ogni dettaglio, come prima andasse tutto bene, di come mi fossi sempre preso cura di lui sin dal primo giorno; Davide annuì. Me lo portarono via per degli accertamenti, Non si preoccupi sarà questioni di minuti e sarò subito di ritorno. Davide si allontanò stringendolo tra le braccia, scomparve dietro una grossa porta in legno, pesantissima. Mio padre mi chiamò subito dopo: Allora novità? Mi chiese dal telefono: È in terapia intensiva, dissi sforzandomi di sorridere, ma ero di pessimo umore. Vedrai che non è niente, mio padre cercava di rassicurarmi ma non ci riuscì. Quando lo salutai, Davide tornò: Dobbiamo trattenerlo, mi disse, non posso però diagnosticare altro, inutile fasciarsi la testa Signor Malerno. Annuii, era la prima volta che gli succedeva una cosa del genere. Uscii fuori lentamente, non ero in forma. Richiamai mio padre che si stupì della velocità di quel responso. Con fare ironico gli spiegai che la prognosi restava riservata, ma che avrebbero potuto operarlo. Se fosse stato veramente così, c’erano buone probabilità di una ripresa, certo la ricaduta era sempre dietro l’angolo, visto il colpo. Sembra la cartellina clinica del tuo vecchio! Si prese in giro e io non potei fare a meno di sorridere. Qualche settimana dopo, quando ormai avevo perso le speranze e mi sentivo solo come non mi succedeva da anni, mi arrivò questo messaggio: “Al Genius Bar siamo pronti per te. Al tuo arrivo rivolgiti a uno Specialista: il tuo Mac Book Air è pronto per essere ritirato.”