quelli del quinto piano

Ci facciamo un piatto di pasta da me, ho preso i tagliolini dalla Vecchia Biscia, sono uno spettacolo. Poi con il sugo di mia nonna, non sto neppure a descriverlo. Carlo convince Fabio, ci vuole pochissimo. Per strada mancano pochi metri e Carlo è arrivato. Apre il cancelletto, fa passare Fabio e lascia che sbatta dietro di lui: Stong!
Gli inquilini odiano Carlo per questo. Ormai sanno che è lui che non accompagna mai il cancello e quello fa un rumore infernale quando si chiude: Stong!
E’ ora di pranzo, ci fanno caso tutti dalle finestre dei loro appartamenti all’ora di pranzo. Solo una volta però, era una domenica, a Carlo gli è arrivata in testa una secchiata d’acqua. Proprio come nei film. Una doccia dal terzo piano e una vecchia imbronciata, aggrappata al secchio e fuori dalla finestra, immobile fino all’ultima goccia. Signora…! mah…..? Quella non aveva neanche sbraitato, si era semplicemente scomodata in uno spelling senza dentiera: iel canpcehllo. Carlo aveva sollevato la testa, i capelli gocciolavano e anche la punta del naso. Erano passati dieci minuti di sguardi vendicativi, l’uno nelle pupille dell’altra, in un silenzio nevrotico che Carlo avrebbe poi sfogato con un paio di bestemmie una volta a casa, senza capacitarsi dell’accaduto e ormai zuppo.
Nella casa di Carlo ci vivevano Carlo, il suo coinquilino Patrizio e Maria, la figlia della proprietaria di casa, che però non c’era mai. Carlo e Patrizio andavano molto d’accordo, Patrizio era fidanzato con Ludovica ed era succube della sua ragazza da quando si erano messi insieme: 5 anni fa. Si comportava come un bravo cagnolino senza troppe necessità: scodinzolava quando lei gli faceva qualche coccola e non abbaiava mai se doveva aspettarla ore per uscire.
Carlo invece non aveva una ragazza fissa e ogni due venerdì sera, quando non andava a calcio, tornava a casa con qualcuna, conosciuta in giro la sera stessa. Anche a lei apriva il cancelletto, alle due o tre di notte, lasciando che le si chiudesse alle spalle. Poi la portava nella sua stanza, le offriva un divano sgangherato o un letto singolo da sfigati – era lui a sottolineare che il letto singolo fosse da sfigati – e una volta accomodati, le mostrava quante tonalità diverse avessero i bottoni della sua camicia. Carlo era molto furbo: nessun altro dei suoi amici aveva mai pensato, prima di lui, di catturare l’attenzione di una ragazza parlandole di bottoni. Effettivamente ce ne sono alcuni che hanno delle tinte grigio-verdi che si portano dietro una scia nebulosa e complessa, dove il colore principale aumenta o diminuisce di gradazione cromatica e “vira in cangianti striature inaspettate”, Carlo diceva proprio così.
Ogni tanto succedeva che lo facevano sul divano, ogni tanto sul letto – che era di gran lunga più scomodo – e ogni tanto lo facevano per terra. Questo accadeva quando alcuni dei bottoni di Carlo erano troppo usati e quindi il filo non li reggeva più e si staccavano. Le mattine dopo, lui si ricordava tutto e anche lei. Facevano colazione insieme e si promettevano entrambe di rivedersi prestissimo, il tempo di una doccia nelle proprie case, poi magari una birra più tardi. Non si scambiavano i numeri, si sarebbero aggiunti su facebook e poi, non si sarebbero mai più rivisti. Mai più, neppure per sbaglio, neppure nello stesso locale sere dopo.
Fabio non si cura del rumore del cancello, segue Carlo sulle scale, abita al quinto piano e non c’è ascensore. E’ domenica e Carlo gli sta parlando di Sabina, ma Fabio vuole più dettagli sul sugo della nonna. Sono al quarto piano quando cominciano a sentire dei lamenti provenire dall’appartamento di sopra, o almeno sembra.
Ma vengono da casa tua? Gli chiede Fabio, Carlo accenna un forse, strabuzzando gli occhi e aggrottando il mento. Il quinto piano è davanti a loro e non hanno più dubbi. Io non apro, cinese? Fabio gli risponde che è pazzo, che non può cavarsela così, che è un cagasotto e poi gli fa notare che sono lamentele femminili. Appunto, continua Carlo, mentre si pente di aver invitato Fabio a pranzo. Chiama Patrizio no? O… hai lasciato Sabina sotto il divano e non te lo ricordi? poi scoppia in una risata solitaria; non è mai stato un tipo comico, Fabio, se ne esce spesso con battute pessime e Carlo non gli dice mai nulla, come in questo caso. Quindi apre la porta, senza neppure provare a chiamare Patrizio.
Carlo fa girare la chiave molto lentamente, quando la serratura fa lo scatto, spinge la porta in avanti, piano: il corridoio è comunque sempre buio, anche quando fuori c’è il sole. Fabio dietro di lui non smania per superarlo e smette di ridere, la sua fame è oggettivamente diventata un problema secondario. Più la porta si apre, più i lamenti si sentono chiaramente: senza suoni acuti o singhiozzi, sembrano rivelare una sofferenza fisica profonda e straziante. Carlo e Fabio sono ora all’ingresso, uno di fianco all’altro, in ascolto.
La prima cosa che si vede dal corridoio è la porta del bagno, dritto per dritto dopo qualche metro di pavimento. Poi a sinistra c’è la stanza di Patrizio e a destra quella di Carlo. La seconda porta vicino al bagno è quella della minuscola cucina, tuttavia le grida sembrano provenire proprio dal bagno. Patrizio? c’è qualcuno in casa? Maria? La porta del bagno è socchiusa e la luce accesa al suo interno taglia il corridoio a metà, proiettando un rettangolo sottile e fluorescente lungo le mattonelle. A parte il piccolo fascio luminoso, anche la casa è immersa nell’oscurità, come tutto il corridoio, e Fabio comincia ad avere paura: lo dice a Carlo che non risponde. Oltre alla voce che si lamenta, si sente ora anche dell’acqua corrente che va e viene, sembra essere l’acqua della doccia: va e viene ripetutamente, insieme alle grida. Carlo insiste con il nome di Maria, al quale per la seconda volta non risponde nessuno. Quindi sfida Fabio: vai tu? Ma lo sa che lui non ci sta neppure pensando e non lo farà. I due si guardano un po’ imbarazzati, non hanno intenzione di fare altro che rimanere esattamente dove sono, ma d’un tratto è Patrizio a spalancare la porta del bagno: Ragazzi!, urlando.
I calzoni tirati fin sopra le ginocchia e le maniche del maglione arrotolate sui gomiti. Le mani bagnate e la faccia paonazza, è spaventato. Corre verso Carlo che d’istinto indietreggia, che diavolo stai combinando? Gli chiede. Non ci riesco, non ci riesco! Si dispera Patrizio con le mani che gocciolano. Fabio si sporge in avanti, oltre i corpi dei due amici in panne: accasciata per terra, di fianco la vasca da bagno, Ludovica ha una guancia appoggiata sul bordo di ceramica, mentre la lunga chioma di capelli bagnati le pende di lato, creando una pozza. Con gli occhi sgranati, si tocca la testa lamentosa, sembra incapace di fare altro.
Un grosso coglione! questa la prima esclamazione non appena vede Fabio affacciarsi alla porta per vederla meglio. Patrizio intanto si copre il viso con le mani bagnate e intruppa la spalla di Carlo mentre si precipita in camera sua, sbattendo la porta. Ludovica quindi si alza e ancora dolorante, prende un asciugamano che si arrotola intorno ai capelli. Poi scansa Fabio, che era rimasto immobile a guardarla, e dopo un attimo di indugio si infila in camera di Carlo, tirandosi anche lei la porta alle spalle.

Se fossero entrati una ventina di minuti prima, Carlo e Fabio avrebbero constatato che Patrizio non è in grado di regolare la temperatura dell’acqua calda della doccia, dopo che Ludovica, forse per la prima volta nella loro storia d’amore, aveva deciso di fidarsi della richiesta affettuosa del suo ragazzo di lavarle i capelli, senza che ci fosse bisogno di infilarsi per intero sotto la doccia della vasca da bagno.