una storia come questa qua

Una sera ero rimasta a piedi. Nel parcheggio della scuola di musica, tutti se ne erano andati e io per timidezza non avevo chiesto niente a nessuno. Poi c’era un furgone. Un furgone che vedo spesso. Lo guida un signore. Anche lui vedo spesso alla scuola di musica. Deve avere una casa da queste parti e parcheggiare gli è più comodo qui, davanti alla scuola di musica. Così  ho chiesto un passaggio a lui. Che a pensarci, potevo farmi coraggio e chiederlo a qualcuno che conoscevo, il passaggio.
Così ho alzato le mani, come le alzi quando saluti qualcuno da lontano e lui si è fermato, ha tirato giù il vetro. Salve, gli ho fatto. Che me lo da’ un passaggio alla stazione?
E così è stato. Sono salita nel suo furgone e lui ha cominciato a parlare, a raccontarmi la storia della sua vita, praticamente.
Se ci fermano, se ti chiedono perché sei in macchina con me, dì che… hai un animale, a casa? un cane, un gatto, qualcuno? Ho un gatto, gli ho detto, un gatto, ecco va benissimo il gatto. Ma è delle mie coinquiline, gli ho detto. Ma vive con te, mi ha chiesto lui, e io: si che vive con noi, che vive con me, gli ho risposto. Ecco perfetto, mi ha detto, quindi se ci fermano e ti chiedono perché sei in macchina con me, noi stiamo andando dal tuo gatto, che sta male, ecco, gli diciamo che hai un gatto che sta male. Va bene, gli ho detto io, ma che centra? Gli ho chiesto. Che centra che ci fermano? No, mi fa lui, non ci fermano mai, non mi fermano mica. Però io questo furgone, con un’altra persona dentro, che non è per lavoro, non la posso portare mica. Perciò noi stiamo andando dal tuo gatto, che sta male.
Poi ha fatto retromarcia, ha messo la prima e sballottando siamo usciti finalmente dal parcheggio, sballottando con tutte le cose che aveva nel retro: reti, gabbie, arnesi di ferro, camici, spazzole, cassette di metallo e molto altro ancora di cui ignoro il nome.
Io faccio il veterinario, mi ha detto, che poi glielo avrei chiesto io tra poco. E viaggio molto, per questo ho questo furgone. Ah, scusa se c’è casino, ci porto l’Arca qui dentro, tutte le settimane, mi ha detto. Ma non ha riso. Neppure una smorfia, un ghigno, un sopracciglio fuori posto, nulla.
Si, viaggio perché ho chiuso l’ambulatorio. Avevo un ambulatorio in collina, ma ora vivo in un’azienda agricola. Wow, un’azienda agricola, gli ho detto, e quindi producete anche? Presa da un entusiasmo improvviso, avevo usato il plurale.
No, mi dice, non ci faccio nulla, la chiamo io azienda agricola perché vorrei fare un’azienda agricola. Ma ci vogliono i soldi, ce ne vogliono tanti, è che si presta proprio per essere un’azienda agricola, mi ha detto. Hai presente quei casolari larghi, ci sono non so quanti ettari di terreno, hai presente? ecco, è perfetta la mia casa per un’azienda agricola. Solo che io non ci vivo mai troppo. Un po’ sto anche da mia madre, poi viaggio, viaggio molto per lavoro, mi ha detto. Perché mi viene la tristezza se ci sto troppo che non ho i soldi per farci l’azienda. Poi una volta avevamo i cavalli. Avevamo trenta cavalli!
Trenta cavalli, ho chiesto io e questa volta il plurale l’ha usato lui. Si trenta, cioè, i cavalli erano di mio padre. Poi è morto e io mica ci riuscivo a tenerli tutti.
Beh trenta sono tanti, ho detto io. Si, sono tantissimi! Mi ha fatto lui. E li devi lavare, e gli devi dare da mangiare, e poi li devi far uscire, ha sbuffato.
Ma non potevi fare un maneggio, organizzare delle passeggiate, gli ho chiesto io, mentre non mollava gli occhi dalla strada, ma con il volante sembrava facesse più curve di quelle che il rettilineo effettivamente mostrava. Si, si, ha detto lui, sono uscito in passeggiata alcune volte, ma ci vogliono le assicurazioni. I microcip. Ora tutte le bestie ce li hanno i microcip. Da quando è uscita la legge sei rovinato, ti controllano. E un microcip costa. Cinquanta, cento e anche di più. Fai un po’ quella cifra là per tutti i cavalli di mio padre; troppo.
Beh, si certo, ho detto io e ogni tanto gli fissavo i ricci. Piccoli ricci allungati, come fossero una di quelle molle grigie dei cartoni animati. Quelle che saltellano da qualche parte, nei cartoni animati. Ma gli coprivano solo una parte del capo, non tutta la nuca, lasciandolo calvo in cima.
Domani devo essere a Verona e questa sera vado da mia madre, infatti. Mi hanno chiamato che c’è un coniglio che si è camminato sotto, mi ha detto. Si è camminato sotto? gli ho chiesto io. Si, si dice così. Cioè, io dico così. Perché i conigli non possono calpestare la loro merda. E fanno delle palline minuscole, tipo quelle delle capre, hai presente  no? le feci dei conigli? Mi fa lui. Si, si, dico io, e dico davvero, che mi ricordo mia cugina da piccola e il suo coniglio bianco. Povero coniglio bianco di mia cugina, da piccola.
Ecco, c’è questo coniglio che ha calpestato non so quanta della sua roba e ora si è ammalato. I conigli stanno bene arrosto, mi ha detto, mica sarai vegetariana?
Aveva gli occhi tondi e un po’ grassocci, che gli uscivano fuori dal volto. E sembrava quasi il Prof. de Il mignolo col prof. O meglio ancora, la brutta copia di topolino il rapinatore, quel personaggio dalla pelle azzurra e il mantello nero con la mascherina da ladro.
Invece ieri mi è toccato andare da mia sorella, ha continuato, che gli hanno avvelenato il cane. Ma non c’è stato molto da fare. Sbavava, camminava all’indietro e quando cominciano così che ci vuoi fare. Perché gli mettono nella carne i pezzi di vetro. Quelli mangiano la carne, che ne sa un cane che c’è in quella carne, mica sono come noi che sappiamo pure se chi l’ha confezionata si è lavato le mani! Ma quelli no. E il vetro gli ha tagliato l’intestino, capito? mi ha detto. Oh, ho fatto io, povero, gli ho detto. E lo pensavo veramente. Anche il mio cane da piccola hanno tentato di avvelenarlo. Ma ricordo che è morto di vecchiaia nel giardino di mia nonna una domenica di pasqua.
Ti lascio alla stazione, mi ha detto. E’ vicino, casa tua, alla stazione? Si ce la faccio, grazie, è vicino, gli ho risposto. Che domani mi sveglio presto, mi fa lui, domani sono a Verona, per un coniglio…
Grazie, signor… come ha detto che si chiama? Gli chiedo.
Dottore Saponetti, Vincenzo Saponetti. Ma tutti mi chiamano Malus.
Allora arrivederci signor Malus e grazie del passaggio.